Centralizzazione, decentramento e federalismo tra guerra civile europea, resistenza e ricostruzione democratica (1939-1948)

Pubblichiamo il resoconto del convegno tenutosi il 23-24 marzo su iniziativa del Laboratorio di Storia, Politica, Istituzioni del DiGSPES

Conferenza “Post-democrazia? Le retoriche del populismo, del nazionalismo e del sovranismo nella politica contemporanea”

Alessandria, 23-24 marzo 2017, su iniziativa del Laboratorio di Storia, Politica, Istituzioni del DiGSPES, in collaborazione con l’Associazione “Cultura e Sviluppo” di Alessandria

 

Sintesi a cura di Stefano Quirico

 

L’attività ha preso il via nel pomeriggio del 23 marzo nella Sala Lauree di Palazzo Borsalino, con l’inaugurazione del convegno scientifico, diretto dal prof. Corrado Malandrino e coordinato dal dott. Stefano Quirico, in cui sono confluite le ricerche inerenti al progetto “Centralizzazione, decentramento e federalismo tra guerra civile europea, resistenza e ricostruzione democratica (1939-1948). Italia, Francia e Germania”, promosso dal LaSPI e finanziato dall’Università del Piemonte Orientale. I lavori sono stati introdotti dai saluti del prof. Salvatore Rizzello, Direttore del DiGSPES, e del prof. Claudio Palazzolo, Presidente dell’Associazione Italiana degli Storici delle Dottrine Politiche, che hanno messo in luce il valore e la continuità della ricerca svolta dal LaSPI e dai suoi collaboratori.

Il filo rosso che collega la ricostruzione storico-politica e il dibattito civile è stato evidenziato dal prof. Malandrino nella celebrazione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, intesa come principale conseguenza di medio periodo del notevole afflusso di proposte sulla ristrutturazione degli Stati nazionali e dell’Europa che animò il decennio 1939-1948, preso in esame dal convegno. In tal senso, i contributi politici e ideali forniti da numerosi movimenti e intellettuali durante la stagione dei totalitarismi, culminata nella II guerra mondiale e poi nella ricostruzione morale e materiale del continente, si segnalano come spunti per una riflessione pubblica che dura nel tempo, tenendo conto delle trasformazioni nel frattempo intervenute nella politica europea e mondiale. Negli anni della crisi economico-sociale e del riflusso antieuropeo, è un “atto di coraggio” – analogo a quello preconizzato dal primo presidente della Commissione europea, Walter Hallstein – che si chiede alla classe politica e all’opinione pubblica per difendere i valori ispiratori dell’unità europea e rivisitare dalle fondamenta il progetto di integrazione di un continente dilaniato da divisioni e conflitti a vari livelli.

La I sessione del convegno, presieduta dal prof. Palazzolo, si è soffermata sul dibattito fra accentramento e decentramento delle istituzioni, rimarcandone i risvolti più direttamente europei e internazionali. In tale direzione si sono mosse le relazioni in programma, a partire da quelle dedicate ad alcune personalità italiane di primo piano. Corrado Malandrino ha delineato il pensiero politico e giuridico di Silvio Trentin, esule in Francia e autore di originali progetti costituzionali destinati al suo paese d’origine e a quello di adozione, nonché allo scenario federale europeo. Tiziana C. Carena ha ripercorso i termini in cui Norberto Bobbio, insigne filosofo del diritto, scoprì le idee federaliste per il tramite dell’opera di Carlo Cattaneo. Chiara Tripodina ha riportato alla luce il disegno di costituzione “interna” ed “esterna” tratteggiato da Tancredi (Duccio) Galimberti e Antonino Repaci, ponendo l’accento – come gli altri relatori – sul nesso fra ambito domestico e internazionale dell’auspicata riforma in senso federale. A questi profili si sono aggiunti quelli di Alexandre Kojève, filosofo e uomo politico naturalizzato francese, la cui ipotesi di un “impero latino” contrapposto ai blocchi anglosassone e sovietico emergenti dopo il 1945 è stata presentata da Giorgio Barberis. All’economista tedesco Wilhelm Röpke, fautore di una revisione in senso liberale, federale e autonomistico della struttura statal-nazionale, anche nell’ottica di uno sbocco federale a livello europeo, ha dedicato la propria attenzione Stefano Quirico.

Al termine di una vivace discussione, stimolata in particolare dalle osservazioni che Francesco Tuccari e Sara Lagi hanno indirizzato ai relatori, i lavori sono proseguiti nella serata del 23 marzo presso l’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria, che insieme al LaSPI ha organizzato la conferenza in tema di “Post-democrazia? Le retoriche del populismo, del nazionalismo e del sovranismo nella politica contemporanea”, introdotta da Giorgio Barberis e Stefano Quirico. La relazione di Francesco Tuccari si è proposta innanzi tutto di decifrare i termini-concetti evocati dal titolo dell’iniziativa. E dunque, se la definizione di “post-democrazia” è da attribuire allo scienziato politico e sociale Colin Crouch, gli altri tre elementi appaiono caratterizzati da una tendenziale carica polemica, che ne fa altrettanti strumenti di lotta politica. Il populismo, in particolare, finisce per assumere una portata più generale rispetto al nazionalismo o al più recente sovranismo, riferendosi non tanto a specifici contenuti, quanto piuttosto a uno “stile” che può essere abbinato a diverse piattaforme teorico-politiche e rimanda a un’irriducibile contrapposizione fra élites corrotte e popolo idealizzato. Né va sottovalutato il differente impatto che il richiamo al populismo produce a seconda dell’epoca e del contesto cui viene associato.

Alla radice dell’argomento trattato, ha proseguito Tuccari, si pone l’interrogativo se la palese crisi delle democrazie contemporanee sia dovuta all’emergere del nazional-populismo – in quanto incrocio fra istanze nazionalistico-sovraniste e prassi populista – oppure se questi nuovi fermenti e retoriche non siano essi stessi una ricaduta della spirale distruttiva in cui il modello democratico è invischiato per altre ragioni. In realtà, entrambe le tesi possiedono elementi di plausibilità, per comprendere i quali è necessario chiamare in causa un’ulteriore dimensione, quella della globalizzazione, intesa da Tuccari come terreno di coltura di tutti i fenomeni esaminati. A voler sintetizzare il senso di tale processo, si potrebbe affermare che, da un lato, esso ha conferito all’economia il ruolo di forza politica trainante, sottraendolo agli attori che in precedenza competevano per indirizzare il flusso degli eventi. Dall’altro lato, l’avvento della globalizzazione si è tradotto in una compressione dello spazio e del tempo, la quale ha indotto l’interconnessione del mondo e una tendenza omologatrice/omogeneizzatrice della società umana.

L’insieme di queste dinamiche si è riverberato tanto sulle istituzioni, quanto sulla sfere di vita degli individui, come Tuccari ha spiegato citando – fra gli altri – il classico studio di Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, risalente agli anni Novanta, e quello più recente di S. Cassese, Chi governa il mondo? (2013). Tre risultano gli effetti più visibili: a) la crescita esponenziale delle disuguaglianze; b) la crisi dello Stato sovrano e dei soggetti tradizionalmente investiti del diritto di decidere, ormai diluito in una rete invisibile in cui si muovono attori transnazionali, irresponsabili, ecc.; c) la perdita di identità a ogni livello. Queste torsioni, in parte denunciate anche dai populismi di matrice non strettamente nazionalistica (come Podemos in Spagna o il M5S in Italia), concorrono a generare nuove forze nazional-populistiche da concepire come reazione di chi avverte distintamente il problema e si attiva per segnalarne i contorni, ma non fornisce soluzioni utili al suo effettivo superamento.

In apertura della seconda relazione della serata, Corrado Malandrino ha ricordato che le costruzioni concettuali come post-democrazia – ma anche post-modernità o post-verità – implicano l’idea della degenerazione della condizione di partenza verso un approdo connotato negativamente. Accanto alle ragioni di carattere sistemico e strutturale invocate da Tuccari, Malandrino ha chiamato specificamente in causa limiti e mediocrità della classe politica investita del compito di gestire la complessa fase storica in corso. Il punto risulta di particolare evidenza sul piano europeo, orizzonte nel quale si riverberano le pulsioni populiste, nazionaliste e sovraniste maturate all’interno degli Stati nazionali. Per un verso, infatti, i processi innescati o enfatizzati dalla globalizzazione pongono all’ordine del giorno una domanda di riforma delle istituzioni europee e internazionali, allo scopo di metterle nelle condizioni di affrontare efficacemente una serie di questioni – politiche, sociali, economiche e militari – che trascendono le capacità d’intervento degli Stati e provocano le contraddizioni e il senso di malessere cui i movimenti nazional-populisti danno voce. Per converso, tuttavia, la classe dirigente del nostro tempo non vuole o non riesce a trovare la forza per illustrare e giustificare pubblicamente le ragioni che spingerebbero a quel decisivo cambio di passo. Ne consegue una situazione di stallo, ben raffigurata dal recentissimo libro bianco di Jean-Claude Juncker, presidente di una commissione europea refrattaria ad assumersi la responsabilità di tracciare la strada del rilancio europeo e assai più incline a rifugiarsi nell’individuazione di cinque possibili soluzioni alla crisi in corso, senza definirle nel dettaglio e senza ricondurle a una chiara visione politico-programmatica.

Il vero paradosso dell’integrazione europea, ha precisato Malandrino, è che molti osservatori riconoscono l’insostenibilità dell’attuale organizzazione dell’Ue, ma nessuno si adopera per modificarla in senso progressivo. A indicare uno sbocco concreto sono solo i movimenti populisti e sovranisti, la cui ricetta però comporterebbe il ritorno a quel passato solcato da rivalità e guerre fra Stati, che proprio il progetto funzionalistico-comunitario, pur con le ovvie difficoltà, aveva voluto scongiurare. Al contrario, l’andamento dei fenomeni politico-economici internazionali imporrebbe l’istituzione di una nuova governance europea, incardinata su poteri e istituzioni per la gestione in comune della difesa, della politica estera, della questione migratoria e delle politiche finanziarie e di bilancio che fanno da corollario alla moneta unica. Che tale scenario possa essere condiviso dai 27 Stati membri è sostanzialmente impossibile. E la storia degli ultimi vent’anni dimostra quante difficoltà accompagnino il tanto sbandierato ricorso alle cooperazioni rafforzate. Se, dunque, si concretizzerà la prospettiva di un nucleo avanzato di paesi fra loro più integrati – siano essi i fondatori delle prime comunità o i partecipanti all’Eurozona –, essa non potrà che articolarsi sulla base di un nuovo trattato, aperto alla sottoscrizione di tutti gli Stati che dimostrino, con una limpida scelta politica, di fare propri i diritti e i doveri discendenti da tale adesione. L’ampio e ricco dibattito seguito alle due relazioni ha consentito di approfondire e specificare i diversi risvolti della materia.

Nella mattinata di venerdì 24 marzo sono ripresi i lavori del convegno LaSPI, con la II sessione presieduta da Maurilio Guasco e incentrata sugli aspetti di più immediato interesse regionale e nazionale. Tale impronta è risultata evidente nel contributo di Francesco Ingravalle, dedicato – nell’ottica disciplinare della storia delle istituzioni politiche – alle pratiche di epurazione perpetrate a Torino dopo il 1945, alla luce di un tendenziale bilanciamento fra le indicazioni delle autorità centrali e gli orientamenti concretamente assunti dagli organi periferici, a partire dal caso di Poste e telegrafi. Sul territorio dell’Alessandrino si è concentrata invece Luciana Ziruolo, ricostruendo i termini e le dimensioni del contributo delle donne alla lotta resistenziale e segnalando i canali attraverso i quali lo scarso interesse per questa azione è faticosamente in via di superamento. Due figure rilevanti del Partito d’Azione, l’astigiano Umberto Calosso e l’alessandrino Livio Pivano, sono state indagate dalle ricerche presentate da Alberto Ballerino e Stefano Parodi, alle quali si deve il merito di aver riacceso i fari della storiografia su personaggi assurti a incarichi politici e culturali di livello nazionale e autori di scritti ed elaborazioni politiche in cui si riflettevano le istanze autonomistiche ed euro-federaliste diffuse tra le due guerre negli ambienti democratici, giellisti e rosselliani. Il peculiare intreccio fra il piano delle idee e delle istituzioni politiche, oltre che fra dimensione interna e europeo-internazionale delle tematiche analizzate, è stato al centro della discussione conclusiva, innescata dalle considerazioni di Anna Maria Lazzarino Del Grosso e Umberto Morelli.

Data di pubblicazione: 
10/04/2017