La radicalizzazione può essere prevenuta ed evitata. Se ne è parlato al Congresso PRIMED di Stresa

Il convegno internazionale ha messo a confronti rappresentanti delle istituzioni e del mondo accademico.

Dal 26 al 28 novembre 2019 si è  svolto a Stresa (VB) un convegno internazionale promosso dal progetto PRIMED (Prevenzione e Interazione nello spazio Trans-mediterraneo) finanziato dal MIUR e coordinato dal professor Roberto Mazzola (UPO, DIGSPES) intitolato “Strategies and Policies to Prevent and Contrast Radicalization”. Alla sessione inaugurale hanno preso parte anche il rettore UPO Gian Carlo Avanzi e il Prefetto Michele di Bari, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Viminale.

Oltre a circa 40 docenti universitari provenienti da dodici università italiane e da cinque centri accademici o di studio internazionali, erano presenti rappresentanti delle istituzioni italiane e delle quattro principali associazioni islamiche in Italia (Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche; Confederazione islamica italiana; Comunità religiosa islamica, Centro islamico culturale d’Italia).

Le approfondite analisi proposte durante il congresso PRIMED sono principalmente le seguenti:

1.    Il fenomeno del radicalismo di matrice religiosa ha una crescente rilevanza sociale internazionale che merita analisi e interventi assai mirati.

2.    Il fenomeno del radicalismo si esprime in forme diverse, non tutte necessariamente orientate alla violenza o al terrorismo. Una buona politica di sicurezza, pertanto, deve prevenire, contrastare e reprimere gli atti violenti ma non non l’adesione a correnti religiose tradizionaliste o conservatrici.

3.    Le politiche di contrasto al radicalismo violento e terrorista non possono giustificare limitazioni alla tutela della libertà di religione in quanto non si esprima in contrasto con l’ordinamento dello Stato.

4.    Una efficace politica di contrasto alla radicalizzazione violenta implica l’azione coordinata di diversi  attori che collaborano con le forze di sicurezza: in questa prospettiva multiattoriale, si ritiene che l’intervento più efficace si realizza coinvolgendo anche la scuola, i mass media, la società civile, le istituzioni locali, le università e le comunità di fede.

5.    L’attivazione delle comunità di fede e la loro partecipazione attiva alla vita della società multietnica e multireligiosa è il vettore strategico di ogni seria politica di coesione sociale e di integrazione civica.

6.    In Italia il sistema delle relazioni tra lo Stato italiano e le comunità di fede presenta aspetti positivi e criticità. La maggiore criticità risiede nel fatto che la comunità islamica, seconda per numero di aderenti, non dispone di un’Intesa ai sensi dell’art. 8 della Costituzione.

7.    Questo modus operandi ha avuto una significativa applicazione nel caso dell’Islam e, come noto, ha prodotto un fatto rilevante quale l’approvazione del Patto per l’islam italiano firmato al Viminale il 1 febbraio 2017 dal Ministro Minniti e dai rappresentanti delle principali  associazioni.

8.    Raffrontando questo modus operandi con quello di altri paesi UE, possiamo affermare che la pratica istituzionale del riconoscimento e del dialogo con le comunità di fede ha contribuito a contenere gli effetti della propaganda radicalista e a consentire efficaci azioni di prevenzione e repressione della violenza terroristica di matrice religiosa.

9.    In questo quadro le comunità islamiche hanno avuto un ruolo importante nell’isolare e contrastare tendenze alla radicalizzazione. Si tratta di un processo che deve essere sostenuto con misure concrete.

Data di pubblicazione: 
03/12/2019
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